Scheda opera
Codice opera: DbHy
Autore: Giovanni Albino Lucano
Link autore: https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-albino_(Dizionario-Biografico)/
Edizione: Ioannes Albinus Lucanus, De gestis regum Neapolitanorum: De bello Hydruntino, Napoli 1589
Periodo di composizione: 1480-1481
Genere letterario: Storiografia
Traduzione a cura di: Giuseppe Germano
Excerpta a cura di: Jessica Ottobre
Scheda testo
Riferimento bibliografico: II, 5.13-6.6
Data: 1480
Luogo: Minervino
Testo:

Effugientium igitur per campos effusa fuga, passim miserabilis clades editur, nec arma abiecisse aut dare victas manus satis erat: tanta huic hominum generi feritas atque hauriendi sanguinis sitis inest! 

Loisius Gentilis, qui ultimo agmini praeerat, intra Minervinum cum paucis admodum in tanto impetu compulsus est; fossa cadaverum cumulo repleta est.  Sed quis non aeterno dolore afficeretur? Quem non vitae taederet? Quis non quodvis lethi genus prius oppeteret, quam foedum spectaculum oculis hauriret? Italici generis milites, bellis omnibus Martis pignus, obliti decoris, obliti invicti generis, foede abiectis armis, veluti pecora iugulum mucroni praebentes, dum intra cadaverum acervos delitescunt, multi foedum in modum trucidantur. Gentilis, ubi suos ingenti pavore conterritos animadvertit nec posse diutius tueri vallum in nudo loco, duobus tormenti ictibus (quod actutum collo sub iugum posito convexerant) pene dirutum, transitionem ad hostem fecit; sed traditis armis Italico more libertate donatus est, existimans Admetus ob servatam10 fidem clementiae sibi famam conciliare. Cecidere eo praelio mille et quingenti viri, par ferme numerus captus est, nec barbaris fuit incruenta victoria. Qui et si post Alfonsi adventum non tam effuse campo se credere ausi sunt, hac victoria, quae omnium animos fregerat, elati, quocunque bellica rabies ac praedae spes traheret, non temere tamen ex ordinibus excedentes, neglecto hoste, penetrare minime verentur, omni calamitatum genere insultantes. 

Traduzione:

Una marea di fuggiaschi, dunque, si riversò per i campi e si determina dappertutto un miserevole massacro e non bastava gettare le armi o arrendersi: così grande è la crudeltà e la sete di sparger sangue che alberga negli uomini di tale popolo! 

Luigi Gentile, che era preposto alla retroguardia, nell’estrema violenza dell’assalto fu ricacciato con pochissimi uomini all’interno di Minervino; un fossato fu colmato col mucchio di cadaveri. E chi non sarebbe stato preda di un dolore senza fine? Chi non avrebbe provato disgusto per la vita? Chi non avrebbe affrontato la morte in qual modo che fosse, piuttosto che assistere coi propri occhi a un ignobile spettacolo? I soldati di origine italica, garanzia militare in tutte le guerre, dimentichi della dignità, dimentichi della propria stirpe mai vinta, gettate vergognosamente le armi, offrendo la gola alla spada come bestiame, mentre cercavano di nascondersi dentro i cumuli di cadaveri, in gran numero sono trucidati in modo ignobile. Gentile, appena si accorse che i suoi erano terrorizzati per lo smisurato sgomento e che non era più in grado di difendere in un luogo sguarnito la trincea, che era stata quasi distrutta da due colpi di una bombarda (che in tutta fretta avevano trasportato sulle spalle), passò dalla parte del nemico; ma, una volta consegnate le armi, secondo l’abitudine italica ottenne la libertà, in quanto Admeto riteneva di acquistare la fama di esser clemente per aver mantenuto la parola data. Caddero in quel combattimento millecinquecento uomini, un numero quasi pari fu fatto prigioniero e per i barbari la vittoria non fu priva di spargimento di sangue. Questi, anche se dopo l’arrivo di Alfonso non osarono uscire in campo aperto per un tratto tanto largo, insuperbiti da questa vittoria, che aveva avvilito lo stato d’animo di tutti, incuranti del nemico non avevano alcun timore di penetrare ovunque li attirasse il furore bellico e la speranza di bottino, senza tuttavia allontanarsi imprudentemente dalle proprie file, abbandonandosi a devastazioni di ogni tipo. 

Note:



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