Quando i nemici si accorsero di questa manovra, raccolta dai villaggi cosentini un’ingente truppa di contadini, nel punto in cui c’era il passo di uscita dalla Sila tagliano per un lungo tratto la foresta e, stesi al suolo e ammucchiati alberi di altezza enorme, bloccano il passaggio e, dopo aver raccolto dai luoghi vicini una grossa truppa di armati e un’altra non minore di ogni specie di pastori, occupano le alture e qui preparano un’imboscata. La cavalleria, dunque, che era entrata nella foresta senza portare con sé nessun reparto di fanteria, senza timori ed ignara dell’imboscata, quando, avanzatasi piuttosto addentro, scorge l’uscita ostruita e sbarrata, non sapendo quale decisione prendere e in preda allo sbigottimento, solo allora si rende conto di essere caduta in un’imboscata e, mentre pensano di seguire chi un piano, chi un altro, all’improvviso, avendo levato grida assordanti, contadini e pastori tra loro confusi, piombati giù dalle alture con grande furia, assalirono i cavalieri frastornati, che non avevano alcuna precisa formazione, non avevano un preciso comandante ed erano sbigottiti: essi, dal canto loro, esperti dei luoghi, intercettano alcuni che si preparano a fuggire, feriscono altri che oppongono resistenza, colpiscono una parte, disarcionata per mezzo di pali e di pertiche, con spiedi e bastoni più che con armi, uccidono una parte, dopo averla atterrata a colpi di spada o di lancia e spogliano delle armature e delle vesti i catturati quasi dal primo all’ultimo e li conducono con sé prigionieri ai villaggi ed alle città. Che questo sia stato un gioco più che un combattimento, lo mostra chiaramente questo fatto: quando i pastori si avviano verso le fortezze e le città vicine per vendere cavalli, lance ed armature, per mettere in mostra il loro valore e la loro vittoria, afferrate delle pertiche e montati a cavallo, una volta entrati in città, mentre si azzuffano e fingono duelli, si notò che alcuni dei pastori quella parte dell’armatura destinata a proteggere le gambe se l’erano infilata sulle braccia e quella destinata a proteggere i gomiti altri se l’erano infilata sulle ginocchia. E così, mentre scoppiavano a ridere coloro che in gran numero erano accorsi ad assistere allo spettacolo, anche quegli uomini rozzi e ignari di battaglie giudicarono che a far la guerra vale più l’astuzia che il vigore fisico e che la fortuna allora tutto a sé rivendica quando, anche tra grandissimi mezzi e potenza, non si sia lasciato spazio alcuno alla prudenza.