[...] Orso, recatosi a Napoli dal Re, prestò giuramento secondo il costume dei Re di Napoli sulla formula del Re. Il rito del giuramento, poi, e la formula delle sue parole sono questi. Il Re sta seduto nel mezzo sul trono che è collocato in una posizione più elevata; accanto a lui sono seduti i nobili e i maggiorenti del rango più elevato; dopo di loro stanno in piedi in numerose file i dignitari, ciascuno al posto che gli compete. Ai piedi del Re, si prostra, piegandosi sulle ginocchia, dal lato destro il capo della Segreteria, che oggi si chiama Segretario, dal lato sinistro il Vescovo, tenendo aperti in grembo al Re i libri dei Vangeli. In mezzo a loro si prostra, anche lui stesso piegato sulle ginocchia, colui che presta il giuramento, con entrambe le mani poggiate sui libri aperti. A questo punto il capo della Segreteria suggerisce le parole che colui che deve giurare ripete ad una ad una. Dunque, dopo che Orso, prosternatosi ai piedi del Re, pose l’una e l’altra palma delle mani aperta sul libro, allora il Segretario cominciò a suggerirgli queste parole ed Orso le ripetette: «Io, Orso Orsini, Conte di Nola e Atripalda, signore di Ascoli, Lauro e Forino e dei loro contadi e territori, dei loro cittadini e popolani, a te, Re Ferrante, e ai tuoi figli e successori nel Regno di Napoli prometto, garantisco, assicuro anche per conto dei miei figli e dei loro successori in queste mie città, fortezze, contadi e territori che io e loro saremo fedeli e che io e loro obbediremo in ogni caso agli ordini tuoi e loro ed eseguiremo i tuoi comandi insieme con queste città, fortezze, contadi, territori e popoli con perpetua costanza e fedeltà. Se, poi, sentirò, verrò a sapere, o avrò assodato o avuto sentore che contro di te o contro di loro si trama qualche frode, o inganno, o tradimento, immediatamente lo indicherò e lo rivelerò a te e a loro, e infine compiremo io e loro nel Regno e fuori, in pace e in guerra contro chiunque e in conformità dei tuoi comandi, tutti i doveri che secondo il diritto, la legge e la natura di un suddito onesto e fedele si devono affrontare e compiere per il Re. Di ciò chiamo a testimone il sommo Dio e giuro secondo la formula per questi Santi Vangeli, in piena consapevolezza, con libera volontà e senza costrizioni». E dopo aver pronunciato tali parole, egli levò le mani dalle scritture. Allora il Re, presi i pollici di entrambe le mani di Orso e intrecciatili fra i suoi pollici, li legò ai suoi e li pose sui Vangeli. A questo punto Orso, mentre il Segretario gli suggeriva le parole, a sua volta disse: «Io dichiaro e consacro me insieme con i miei figli e successori uomo ‘ligio’ di Ferrante, mio Re, mio Signore, dei suoi figli e dei suoi successori e tale mi costituisco». Dopo aver pronunziato per tre volte questa formula, baciò i pollici del Re e il Re con la propria bocca baciò la sua e poi, dopo avergli rivolto delle espressioni cordiali, lo congedò. Questa è l’usanza del giuramento formale prestato ai Re di Napoli, e coloro che si fanno loro ‘ligi’ lo rispettano e sono detti ‘ligi’ per il fatto che i Re, con il legamento dei pollici, li vincolano alla fedeltà e all’obbedienza nei propri confronti e li rendono loro soggetti2.