Scheda opera
Codice opera: DbN
Autore: Giovanni Pontano
Link autore: https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-pontano_(Dizionario-Biografico)/?search=PONTANO%2C%20Giovanni%2F
Edizione: Giovanni Gioviano Pontano, De bello Neapolitano, a cura di G. Germano, A. Iacono, F. Senatore, Firenze, SISMEL - Edizioni del Galluzzo, 2019 (Edizione Nazionale dei testi della storiografia umanistica, 13)
Periodo di composizione: 1494/95 - 1503
Genere letterario: Storiografia
Traduzione a cura di: Giuseppe Germano, Antonietta Iacono
Excerpta a cura di: Jessica Ottobre
Scheda testo
Riferimento bibliografico: II. 20, 3-12, pp. 308-310
Data: 1461
Luogo: Napoli
Testo:

[...] Ursus, Neapolim ad Regem profectus, iuravit de more Neapolitanorum Regum in eius verba. Ritus vero iurandi verborumque huiusmodi est formula. Sedet Rex medius regia in sella editiore loco costituta; assident iusta primi ordinis optimates ac proceres; stant inde purpuratorum frequentes ordines, loco quisque suo. Regis ad pedes, genibus innitens a dextra procumbit parte epistolarum magister, qui nunc Secretarius dicitur, sinistra antistes, Evangeliorum libros regio in sinu adstratos tenens. Horum medius, genibus et ipse ille innisus, procumbit qui in verba iurat utraque manu libris adapertis imposita. Ibi epistolarum magister verba praeit, quae iuraturus in verba sequitur. Igitur posteaquam Ursus, regios ad pedes provolutus, palmam in codice utramque expansam statuit, tum magister praeire verba haec coepit Ursusque ea est secutus:  «Ursus ego Ursinus, Nolae et Atripaldi comes, Asculi, Lauri ac Forini dominus illorumque et agrorum et finium, civium atque popularium, tibi, Ferdinando Regi, liberisque successoribusque in regno Neapolitano tuis polliceor, promitto, spondeo pro liberis successoribusque in hisce item urbibus, oppidis, agris finibusque meis fidelem meque illosque utique futuros, tuisque illorumque imperiis ubique meque illosque parituros atque imperata facturos cum hisce urbibus, oppidis, agris, finibus popularibusque perpetua cum constantia et fide. Siquid vero adversus teve illosve parari fraudis dolive insidiarumue audiero, sciero, compertumve significatumve habuero, indicaturum illud e vestigio ac facturum palam tibique illisque, officia demum obiturum meque illosque omnia domi forisque, pace belloque adversum quoscunque ac pro imperio quae probi et fidelis subiecti iure, lege, natura obeunda ac praestanda sunt Regi. Deumque his optimum maximum testem invoco perque sacrosancta haec Evangelia sciens, volens libensque verbis conceptis iuro». Atque his dictis manus ipse e libris sustulit. Tum Rex Ursi manus utriusque digitis pollicibus apprehensis suosque intra pollices iis insertis, devinxit illos suis statuitque super Evangelia. Hic rursum Ursus, magistro praeeunte verba: «Ego me – inquit – cum liberis successoribusque meis Ferdinandi, Regis mei, domini mei, liberorum ac successorum eius, Ligium hominem statuo dedicoque eumque me hic sisto». Haec ter ubi dixit, Regios osculatus est pollices Rexque ore suo illius os excepit moxque comiter appellatum dimisit. Hic est usitatus iurandi mos in verba Regum Neapolitanorum quique Ligios illorum se faciunt, ipsum hunc servant, dicti inde Ligii, quod ligatis Reges pollicibus illos fidei imperiisque sic suis vinciant atque obnoxios statuant.

Traduzione:

[...] Orso, recatosi a Napoli dal Re, prestò giuramento secondo il costume dei Re di Napoli sulla formula del Re. Il rito del giuramento, poi, e la formula delle sue parole sono questi. Il Re sta seduto nel mezzo sul trono che è collocato in una posizione più elevata; accanto a lui sono seduti i nobili e i maggiorenti del rango più elevato; dopo di loro stanno in piedi in numerose file i dignitari, ciascuno al posto che gli compete. Ai piedi del Re, si prostra, piegandosi sulle ginocchia, dal lato destro il capo della Segreteria, che oggi si chiama Segretario, dal lato sinistro il Vescovo, tenendo aperti in grembo al Re i libri dei Vangeli. In mezzo a loro si prostra, anche lui stesso piegato sulle ginocchia, colui che presta il giuramento, con entrambe le mani poggiate sui libri aperti. A questo punto il capo della Segreteria suggerisce le parole che colui che deve giurare ripete ad una ad una. Dunque, dopo che Orso, prosternatosi ai piedi del Re, pose l’una e l’altra palma delle mani aperta sul libro, allora il Segretario cominciò a suggerirgli queste parole ed Orso le ripetette: «Io, Orso Orsini, Conte di Nola e Atripalda, signore di Ascoli, Lauro e Forino e dei loro contadi e territori, dei loro cittadini e popolani, a te, Re Ferrante, e ai tuoi figli e successori nel Regno di Napoli prometto, garantisco, assicuro anche per conto dei miei figli e dei loro successori in queste mie città, fortezze, contadi e territori che io e loro saremo fedeli e che io e loro obbediremo in ogni caso agli ordini tuoi e loro ed eseguiremo i tuoi comandi insieme con queste città, fortezze, contadi, territori e popoli con perpetua costanza e fedeltà. Se, poi, sentirò, verrò a sapere, o avrò assodato o avuto sentore che contro di te o contro di loro si trama qualche frode, o inganno, o tradimento, immediatamente lo indicherò e lo rivelerò a te e a loro, e infine compiremo io e loro nel Regno e fuori, in pace e in guerra contro chiunque e in conformità dei tuoi comandi, tutti i doveri che secondo il diritto, la legge e la natura di un suddito onesto e fedele si devono affrontare e compiere per il Re. Di ciò chiamo a testimone il sommo Dio e giuro secondo la formula per questi Santi Vangeli, in piena consapevolezza, con libera volontà e senza costrizioni». E dopo aver pronunciato tali parole, egli levò le mani dalle scritture. Allora il Re, presi i pollici di entrambe le mani di Orso e intrecciatili fra i suoi pollici, li legò ai suoi e li pose sui Vangeli. A questo punto Orso, mentre il Segretario gli suggeriva le parole, a sua volta disse: «Io dichiaro e consacro me insieme con i miei figli e successori uomo ‘ligio’ di Ferrante, mio Re, mio Signore, dei suoi figli e dei suoi successori e tale mi costituisco». Dopo aver pronunziato per tre volte questa formula, baciò i pollici del Re e il Re con la propria bocca baciò la sua e poi, dopo avergli rivolto delle espressioni cordiali, lo congedò. Questa è l’usanza del giuramento formale prestato ai Re di Napoli, e coloro che si fanno loro ‘ligi’ lo rispettano e sono detti ‘ligi’ per il fatto che i Re, con il legamento dei pollici, li vincolano alla fedeltà e all’obbedienza nei propri confronti e li rendono loro soggetti2

Note:

1 La descrizione del Cerimoniale, svolto il 1° gennaio 1462, e il giuramento pronunciato da Orso Orsini derivano probabilmente da un testo presente nella cancelleria napoletana, opportunamente tradotto e parafrasato: cfr. DbN, n. 59 , p. 308.

2 Nel diritto feudale, l’homo ligius era il vassallo più fedele al suo signore. L'attributo ligius deriva in realtà da un lemma germanico, latinizzato in letus, litus, che indicava originariamente una particolare categoria di semiliberi (Dictionnaire du Moyen Français, s.v. lige): cfr. DbN, n. 61, p. 310 e la biografia ivi citata.



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