Scheda opera
Codice opera: LrgFr
Autore: Antonio Panormita
Link autore: https://www.treccani.it/enciclopedia/beccadelli-antonio-detto-il-panormita_%28Dizionario-Biografico%29/
Edizione: Antonii Panhormitae Liber rerum gestarum Ferdinandi regis, a cura di Gianvito Resta, Palermo, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, 1968.
Periodo di composizione: 1469
Genere letterario: Storiografia
Traduzione a cura di: Giovanni De Vita
Excerpta a cura di: Giovanni De Vita
Scheda testo
Riferimento bibliografico: p. 135
Data: 1454
Luogo: Napoli
Testo:

Post pacem vero factam milites, ut fìt, male haberi ab rege cum coepisseht, unum Ferdinandum illorum curam suscepisse satis constat. Cumque ex illorum numero quispiam ex statione vi atque iniuria a Cassio, ex purpuratis haud in postremis habito, expelleretur, non ferens commilitonis iniuriam Ferdinandus vim reppulit. Qua ex re ira fervens ac percitus Cassius probra ac convitia multa in Ferdinandum evomuit. Quod cum primum Regi per­notuit, confestim praehendi Cassium et in carcerem trudi iubet atque ipsius Ferdinandi arbitrio acerbe graviterque puniri. Praebita vero convitiatoris vindicandi potestate, «Absit a me, inquit, o pater ac domine, ut, dum tu vivis, ac vivas diu, ego id mihi arrogem, ut quenquam vel infimum aut iudicem aut vindicem. Quinimmo te etiam atque etiam oratum velim, ut illi veniam des eiusque maledicta benefactis, si qua sunt, condones ac remittas. Ego enim neque eius petualantia minui possum, neque laudibus crescere».

Traduzione:

Dopo che la pace fu conclusa, come spesso accade, i soldati iniziarono a essere trascurati dal re, e risulta sufficientemente che solo Ferdinando si prese cura di loro. E quando uno di loro fu espulso con la forza e con ingiustizia dalla sua postazione da Cassio, uno dei più influenti tra i nobili di corte, Ferdinando, non tollerando l’ingiustizia subita dal commilitone, respinse la violenza con la forza. A seguito di ciò, Cassio, acceso dall’ira e infuriato, scagliò contro Ferdinando numerosi insulti e ingiurie. Non appena la cosa giunse a conoscenza del re, egli ordinò immediatamente che Cassio fosse arrestato e gettato in prigione, e che venisse punito aspramente e severamente secondo il giudizio dello stesso Ferdinando. Ma quando gli fu concessa la possibilità di vendicarsi dell’insultatore, Ferdinando disse: «Lungi da me, o padre e signore, che, mentre tu sei in vita e possa vivere a lungo, io mi arroghi il diritto di essere giudice o vendicatore di chiunque, fosse pure il più umile. Al contrario, ti supplico ancora e ancora di concedergli il perdono e di compensare le sue ingiurie con i benefici, se ne ha compiuti, e di rimettergli ogni colpa. Io infatti non posso essere diminuito dalle sue offese, né crescere per le lodi».

Note:

"L'episodio cui qui accenna Panormita, che, spogliato del solito si­gnificato encomiastico ed inquadrato nel contesto generale dell'opera, sarebbe un'ulteriore testimonianza dell'attaccamento di Ferrante per le sue milizie, non trova riscontro altrove. Per quel che riguarda il cortigiano Cassio, non è stata possibile alcuna identificazione" (ed. Resta, p. 135). 



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