Ritornando nella città paterna, una volta giunto fu trasportato fino a Napoli sotto un baldacchino di porpora, come un trionfatore, secondo il decreto del padre, tra un'incredibile abbondanza di beni, gioia e congratulazioni. Entrato a Napoli, però, alla presenza del padre non fece uso del baldacchino, ma, inginocchiatosi, baciò i piedi del padre; subito dopo, rialzato da lui, tra abbracci, strette di mano e baci, gli rese quei ringraziamenti, quegli omaggi e quei segni di reverenza che sembrava non venerare un padre, ma quasi una divinità celeste. Per l’arrivo del figlio, il re ordinò che ogni giorno si celebrassero giochi equestri, di cui sapeva quanto Ferdinando si dilettasse e con quanta passione vi si esercitasse, con lo sfarzo e la magnificenza che si addicevano a un sovrano generosissimo e glorioso, felice e quasi beato per la virtù del figlio.
Inoltre, le rendite annuali, stabilite dal padre per Ferdinando, erano ampie e sfarzose; egli li elargiva interamente, e persino in misura doppia, alla preparazione dei giochi e ai compagni di gioco. Lo seguivano sempre circa quindici compagni, adornati con oro, scarlatto, seta e argento, così come i loro cavalli ornati allo stesso modo, ed essi erano tra i più distinti e ammirati in tutti i giochi. Una volta terminati e sciolti i giochi, Ferdinando si recava dal padre, da cui era accolto con un bacio, e ascoltava con grande piacere il racconto delle cariche, degli scontri, delle cadute e, soprattutto, delle vittorie e dei premi ottenuti. La sua presenza non solo riempiva di gioia il re e tutti i membri della corte, ma sembrava quasi far esultare di felicità la reggia stessa.