Sentimmo allora che capitarono cose molto gravi, ahimè, a questo re, essendosi adirato Saturno. Certamente Dio gettò rabbiosamente nel suo egregio esercito tanta peste, che si dice che nessun vivente ne abbia mai visto un’altra, né si scrive che abbia mai sentito di una simile. Infatti furono uccisi in questa disgrazia più di tremila uomini, che, non potendosi difendere con le loro valide armi, furono sterminati. Poi, ciò che è ancora più triste, non si permetteva che venissero concessi gli onori funebri ai cadaveri, ma sepolti, era enorme la perdita delle persone: la terra poteva ancora coprire tutte le membra. Andavano errando per via i giovani miseri, che, se stavano bene al vespro, all’alba si vedeva che sarebbero stati abbattuti, ed esangui i corpi forti e duri venivano ricoperti dalla triste terra; inumati i quali in stretto luogo, a stento potevano essere sepolti. E più grave fu la severa strage per i mortali, e più triste a vedersi, quando tutte le membra non poterono più essere contenute nella terra. Certamente ci si turba per le molte angustie dei vivi, per il fatto che giacevano nel letto senza speranza di salvezza. Certamente servivano a poco le arti per coloro che languivano, dal momento che la natura incolume non attendeva aiuto, ma il re Alfonso, illustre per la sopportazione, non diceva nulla indegnamente. Non mostrava nei gesti animo atterrito: tutta la sua preoccupazione era volta alla lode di Dio,
magnifico architetto. Ci teneva soprattutto che, seguendo la religione, gli angeli portassero al grande Dio tonante le chiare anime monde, senza pena della colpa. Per la qual cosa, stabilita una pena certa per legge, fu deciso che i medici non si servissero di alcun rimedio: che apparsi i primi sintomi del male, venissero somministrati i sacramenti ecclesiastici, come fu stabilito spesso, a buon diritto, dalla Chiesa per i cattolici. Quindi erano già quasi passati tre mesi da quando c’era stato l’inizio della terribile peste. E così, nel timore di un flagello maggiore, perché venisse placato il Sommo Dio nella sua ira, mentre il sacro sacerdote, con culto divino, celebrava devotamente il corpo di Cristo, il supplice re, col capo scoperto davanti alla sapienza eterna, rivolse queste preghiere: «O Fattore della macchina mondiale e Dio di tutte le cose, tu ordini al tuo popolo di subire tanti mali per la colpa dei peccati; e se la colpa è in me, perché costoro meritano che tu comandi che siano tormentati da tante pene? Sii pio, sommo Dio! Quelli che hanno questa consapevolezza attendono umilmente. Tu, Creatore, domini su tutti i re e dalla tua sola volontà tutte le altre cose sono governate. Certamente non c’è niente della fortuna che non venga colto dal tuo premio o sprofondi. O re degli uomini, abbi pietà della rovina della nostra fragilità; chi ci avversa non si allieti del nostro male. A te solo è concesso di avere pietà e di perdonare. In te sono tutte le cose, a te volgono, né possono stare senza di te. Dio eccelso, tu sei il fine di ogni cosa, e se meritiamo pene più gravi per le nostre colpe, con la tua sola clemenza scaccia questa peste, così che nella grandezza di tanta opera il nome tuo sia degno di essere lodato in eterno. A te, santissima Madre immacolata vergine, rivolgiamo le nostre preghiere, e degnati di pregare tuo figlio con la tua grande grazia, così che svanisca il flagello e la collera della sua giustizia; e concedi a noi il rimedio della salvezza, ristabilendo la nostra salute, così che possiamo guardare le cose che sono scritte nella tavola della verità».