Scheda opera
Codice opera: GAr
Autore: Tommaso Chaula
Link autore: https://www.treccani.it/enciclopedia/tommaso-chaula_(Dizionario-Biografico)/
Edizione: Tommaso Chaula, Gesta Alfonsi regis, a cura di Fulvio Delle Donne, Mariarosa Libonati, Palermo, Bollettino, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, 2021
Periodo di composizione: 1421-1424
Genere letterario: Storiografia
Traduzione a cura di: Fulvio Delle Donne - Maria Rosa Libonati
Excerpta a cura di: Giovanni De Vita
Scheda testo
Riferimento bibliografico: III, III, 2-9
Data: 1422
Luogo: Napoli
Testo:

Ecce miserande urbi tot bellorum incursibus laboranti inimica generis humani tabida lues superincubuit. Heu quis ille deus tante cladis assertor? Ubi nam usquam tanta hominum pernicies? Afficiebantur ardentissimo rogo miseri cives: incalescebant totis ignibus usta viscera, artabantur siti fauces, spiramina nulla pulmonis aneli, rubore horrido micabant oculi. Eadem hora trux emanabatur langor, eadem ferale letum lumina comprimebat. Nulla ope medicorum sperabatur salus (ipsi parili interitu cadebant medici), nulli pio officio ministri. Exanimata parens, dum uni incumbit, ab alio exalanti filio vocabatur. Quid faciat dum vero ambigua heret, maritus ut sibi oculos claudat poscit. Sic novum novo adiungitur funeri funus: quoque deesset coniux? Heu miseranda rerum spectacula! Non equidem ab hac celi inclemencia tuta pecora. Ipsi ruricole boves, si qui ex crebra prede populacione superfuere, mediis sulcis deficiunt. Anhelantes equi ipso in orbis giro prostrati dominum calcavere suum; urbe fugientes canes quadrivis emoriebantur; balantes autem pecudes olencia respuentes gramina non repetere potuerunt ovilia; siccis uberibus vacce medio mugitu prolapse sternebantur humi; ipsa per nemorum avia feras morti reluctantes cerneres; omneque genus volatile, ipsis nubibus concepto igni, moribundum decidebat. Non aquarum securus haustus, non serpentibus venenum fuit auxilio, quod quasi exanimes focas litoribus destituebat fretum. Quibus unquam annalibus – omnia vetustissima librorum volumina volve – huic conformem exicialem pestem invenias? Vota omnia superorum irrita: non germinavere segetes, non pullulaverunt gramina, et si qua fortasse humo emerserunt aeris viciati intemperies succo lacteo pernecavit. Divum sator optime quam variis morbi langoribus humana punis flagicia? Que si correcta sancto non sunt iudicio fluitantibus habenis luxuriant.

Traduzione:

Ecco che la peste nemica del genere umano piombò sulla misera città che era già fiaccata da tante guerre. O, chi è quel Dio che ha procurato tante sciagure? In quale luogo mai c’è stata tanta sventura per gli uomini? Gli infelici cittadini erano afflitti da un ardentissimo rogo: le membra infiammate bruciavano di ogni fuoco, le fauci erano strette dalla sete, i polmoni non emettevano più fiato, gli occhi erano lucidi per un terribile rossore. Nella stessa ora in cui l’aspra malattia si diffondeva, il ferale morbo sopprimeva la vita. Non si attendeva la salvezza da nessuna opera di medici (in ugual modo, i medici cadevano per la stessa morte), da nessun pio ufficio di alcun sacerdote. Priva di forze, la madre, mentre veglia su un figlio, era chiamata da un altro che moriva. Mentre resta incerta su cosa fare, il marito chiede che gli chiuda gli occhi. Così nuovo lutto si aggiunge al lutto: e a quale morte deve mancare la consorte? O spettacolo miserevole! Non certamente il bestiame resta al sicuro da questa inclemenza del cielo. Gli stessi buoi che sono nei campi, seppure alcuni sopravvissero alle frequenti razzie, muoiono mentre arano. I cavalli anelanti, nello stesso torno di tempo, cadendo schiacciavano il loro padrone; i cani che scappavano dalla città, morivano nei crocicchi; poi le pecore belanti rifiutando il contaminato pascolo non potevano tornare agli ovili; le vacche dalle mammelle secche mentre muggivano, cadendo, stramazzavano al suolo; potresti vedere per le selve impervie le bestie che lottano contro la morte, e diffusosi il morbo anche nelle nuvole ogni genere di volatile cadeva moribondo. Non c’era acqua sicura da bere, ai serpenti non fu d’aiuto il veleno, e il mare restituiva ai lidi i pesci quasi esanimi. In quali annali – sfoglia tutti gli antichi volumi – potresti mai trovare una peste funesta uguale a questa? Ogni voto agli dei è nullo: i campi non diedero frutto, le piante non germinarono e se da qualche parte spuntarono da terra, le intemperie dell’aria infetta le annientarono nella stessa linfa. O Signore del cielo, quale nefandezza umana punisci con tanto varie piaghe di epidemia? Le scelleratezze se non sono corrette dal santo giudizio, crescono rigogliosamente a briglia sciolta.

Note:


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