Scheda opera
Codice opera: RgArl
Autore: Bartolomeo Facio
Link autore: https://www.treccani.it/enciclopedia/bartolomeo-facio_(Dizionario-Biografico)/
Edizione: Bartolomeo Facio, Rerum gestarum Alfonsi regis libri, a cura di D. Pietragalla, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2004
Periodo di composizione: 1448-1455
Genere letterario: Storiografia
Traduzione a cura di: Daniela Pietragalla
Excerpta a cura di: Giovanni De Vita
Scheda testo
Riferimento bibliografico: VII 134-140
Data: 1443
Luogo: Napoli
Testo:

Neapolitani primum indignum existimantes tam celebrem tot victoriis regem portam urbis subire, quandam muri partem, qua triumphans introiret, novo romanorum imperatorum more disiecere. Huc ductus est currus inauratus quem vestes purpura atque auro distinctae longe illustrabant et in eo sella curulis aeque exornata. Currui alligati erant quatuor eximii candoris equi, quos unus aeque albus praecedebat iique omnes fraenati auto pictisque sericis instrati. A dextra laevaque currus incedebant bis deni e nobilitate Neapolitana lecti viri, singula manibus hastilia gerentens quibus illigatum velamen erat auro distictum quod supra currum deferebatur. Alfonsus, ut regem decuit, antequam in currum tolleretur, habendam rationem hominum de se benemeritorum, quorum opera fideli ac forti in bello usus fuerat, arbitratus, hos pro meritis variis honoribus et praemiis affecit; deinde currum inscendit regali cultu ornatuque decorus ac longe conspicuus. Lauream coronam, triumphantium veterum more, quamvis amici suaderent, renuit id honoris Superis tantum tribuendum inquiens. Circumstabat infinita hominum multitudo eius visendi studio praesertim ex longa antiquitate repetiti spectaculo, vel ex longiquis partibus profecta.

Moveri deinde agmen coepit cuius ordo huiusmodi fuit: primi omnium sacerdotes, divinum ca[rm]em canentes altariaque et sacra corpora gestantes, ibant; sequebatur e diversis ordinibus ingens tum civium tum externorum numerus, proximi ibant complures, partim Florentini partim Hispani, punico habitu hique varia spectacula edentese, alii moralium alii sacrarum virtutum, cum titulis atque insignibus ex quibus dignoscerentur; alii Caesaris et aliorum quorundam qui floruere principum personam referebant regemque pro dignitate alloquentes ac laudibus in coelum certatim extollentes, cum incredibili circumstantium voluptate hunc pro se quisque ad virtutum opera, ad gloriae amorem, ad divinae religionis cultum accendebant.

Post hos aliquanto intervallo rex procedebat, tum habitus magnificentia ac nitore admirabilis, tum rerum a se gestarum magnitudine longe admirabilior atque illustrior. Currum pedibus sequebantur totius regni reguli et optimates. Voluit enim quos vicerat triumphi sui participes efficere, non de iis, veteri romanorum more, triumphare: nulli ante currum captivi ducti, nulla spolia praelata. Sciebat enim regna ut fortitudine comparari, sic mansuetudine et humanitate conservari. Nihil vero a Neapolitanis praetermissum est ad vicorum ornatum, per quos iter facturus esset: omnia floribus constrata varia odorum ac vaporum suavitate fragrabant; hoc modo laetis salutantium et congratulantium vocibus omnes urbanas sessiones curru trimphans pratervectus est. Namque omnis Neapolitana nobilitas, quae longe clarior et potentior olim fuit, in quinque illustres sessiones, sive consessus appellare quis malit, divisa est. Erant vero hae sessiones tum pulcherrimis aulaeis pictisque stragulis ornatae, tum cultissimarum virginum ac nuptarum choris ornatiores, quae pulsu pedum tibiae sonum modulantes, rege conspecto, hunc ut communem patrem, ut decoris ac pudicitiae suae tutorem, veneratae sunt. Demum in arcem Capuanam, die iam in vesperam inclinante, se recepit.

Traduzione:

I Napoleani, per prima cosa, ritenendo sconveniente che un re così famoso per tante vittorie si accostasse alla porta della città, abbatterono una parte delle mura per far entrare il trionfatore secondo la nuova usanza degli imperatori romani. Qui venne condotto un carro coperto d’oro, che da lontano drappi abbelliti di porpora e oro rendevano luminoso: in esse c’era una sella curule ornata allo stesso modo. Al carro erano legati quattro cavalli di straordinario candore, preceduti da uno egualmente bianco e tutti erano imbrigliati d’oro e sellati con stoffe di seta dipinte. A destra e a sinistra del carro avanzavano venti uomini scelti della nobiltà napoletana ciascuno dei quali portava in mano un’asta alla quale era legato un velo ornato d’oro che veniva portato sopra il carro. Alfonso, come si conveniva ad un re, prima di essere innalzato sul carro, pensando di dover tenere in conto gli uomini che avevano ottenuto dei meriti presso di lui e di cui aveva sperimentato la lealtà e il coraggio durante la guerra, li premiò con diversi onori a seconda dei meriti. Poi salì sul carro, splendido e ragguardevole per il regale ornamento. Rifiutò la corona d’alloro, secondo l’antico costume dei trionfatori, malgrado le insistenze degli amici, dicendo che questo onore doveva essere attribuito soltanto a Dio. Intorno stava un’infinita moltitudine di uomini venuti anche da lontano per il desiderio di vederlo e soprattutto per lo spettacolo del trionfo, rinnovato dopo lunghissimo tempo.

Poi, la schiera iniziò a muoversi in quest’ordine: primi fra tutti avanzavano i sacerdoti portando gli altari e il divino corpo e cantando inni; seguiva un gran numero di cittadini e forestieri di condizione diversa; dopo avanzavano parecchi, in parte fiorentini, in parte spagnoli, in abiti color porpora, che offrivano diverse rappresentazioni, alcuni di virtù morali, altri di virtù religiose, con iscrizioni e insegne che le rendevano riconoscibili; altri impersonavano Cesare e altri principi famosi e invocando il re per la sua dignità e innalzando a gara le sue lodi al cielo, con Straordinario piacere degli astanti lo infiammavano ciascuno alle virtù, all’amore della gloria, al culto della divina religione. 

Dopo di questi, ad un certo intervallo, avanzava il re, meraviglioso per lo splendore e la sontuosità della veste, e di gran lunga più meraviglioso e illustre per la grandezza delle sue imprese. Tutti i baroni del regno seguivano a piedi il carro. Infatti volle che i vinti partecipassero al suo trionfo e non trionfare su di loro, secondo l’antico costume romano: non ci furono prigionieri condotti davanti al carro, non ci furono spoglie portate innanzi. Sapeva infatti che come i regni si conquistavano con il coraggio, così si mantenevano con la mitezza e la cortesia. I Napoletani, poi, non tralasciarono nulla riguardo all’ornamento delle strade attraverso le quali sarebbe passato: tutte riempite di fiori, esse profumavano della dolcezza di vari odori ed effluvi. In ​​questo modo, trionfando sul carro, passò davanti a tutti i seggi cittadini tra le voci liete di quanti salutavano e si congratulavano. Infatti, tutta la nobiltà napoletana, che una volta era stata di gran lunga più potente e illustre, era divisa in cinque importanti seggi, che qualcuno preferiva chiamare consessi. Questi sedili erano ornati di bellissimi drappi di porpora e tappeti dipinti e ancora più ornati per la presenza di raffinatissime fanciulle e donne che, modulando il suono del flauto con il battito del piede, al cospetto di Alfonso, lo onorarono come comune padre e difensore del loro pudore. Alla fine, quando il giorno ormai declinava, egli si ritirò nella rocca Capuana.

Note:

Ingresso trionfale di Alfonso il Magnanimo a Napoli e cenno sui seggi della nobiltà napoletana.







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