Scheda opera
Codice opera: RgArl
Autore: Bartolomeo Facio
Link autore: https://www.treccani.it/enciclopedia/bartolomeo-facio_(Dizionario-Biografico)/
Edizione: Bartolomeo Facio, Rerum gestarum Alfonsi regis libri, a cura di D. Pietragalla, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2004
Periodo di composizione: 1448-1455
Genere letterario: Storiografia
Traduzione a cura di: Daniela Pietragalla
Excerpta a cura di: Giovanni De Vita
Scheda testo
Riferimento bibliografico: VI 75-80
Data: 1439
Luogo: Napoli
Testo:

Sed quoniam tormentorum et pulveris quo lapis emittitur mentionem fecimus, non erit abs re de iis rebus pauca dicere posterorum gratia. Nam qui de re militari scripsere de huiusmodi machinamento nihil litteris mandaverunt, ex quo opinio apud omnes increbuit antiquos hoc tormenti genere haud usos esse. Tormentorum alia ex aere fiunt, alia ex ferro, sed quae ex aere meliora ac praestantiora habentur: conficitur autem ex duabus fistulis quarum anterior latior atque amplior multo est eaque longitudine prope pares.

Conflantur autem aliae simul aliae separatim, sed quae seorsum postea compactae, latiori angustior inseruntur ita, ne quid prorsus inde spiritus ubi committuntur emanet. Deinde trunco ​​quercus cavato, quem cippum appellant, ut altius ac longius lapidem iaciat tormentum includitur: haec tormenti forma atque usus.

Vis autem qua tanto impetu saxum emittit et pulvere imposito proficiscitur qui e sulphure, nitro et saligno carbone conficitur eiusque instrumenti ratio ducta videtur a fulmine, quod ex humore atque igne, rebus natura contrariis, generari a physicis putatur. Is vero pulvis in angustiori fistula infusus, vecte ferreo ad id facto condensatur longeque imprimitur, quave ampliori fistulae committitur, saligno cuneo obturatur. Post haec saxum rotundum, ad amplioris fistulae latitudinem excisum, in ea imponitur, demum per foramen fabrefactum in angustiore fistula pulvis incenditur atque ita violento igni interius colluctante atque exitum quaerente in morem fulminis saxa contorquet.

Nec est inventum ullum tormenti genus quod vehementiori impetu aut longius lapides iaciat: hoc solidissima moenia, hoc amplas turres solo aequat, hoc ad duo milia passuum aut eo amplius saxa proiicit, sed omnia iactu vicit unum illud Alfonsi quod ‘generale’ appellabant. Nam ab insula quae est contra Massiliam sita in ipsam urbem ingentia saxa iaciebat.

Est item aliud huius generis tormentum quod vulgo ‘colubrinam’, quia tenue sit et oblongulum, appellabant, longe perniciosius superiore quod eius telum emissum oculis hominum non pateat: prius enim hominem extinguit, quam quem feriat sciri possit. Eius fistulae continentes sunt: ​​inseritur asseri pedum trium eoque tanquam manubalista milites in proeliis utuntur. Nullum armaturae genus huic poterit resistere, siquidem armatum equitem, quamvis gravi armatura, traiicit: execrabile profecto tormenti genus! Eius tela e plumbo conflantur nucis avellanae crassitudine: sunt etiam huiusmodi tormenta quae uno iactu quinque et quae plures lapides iaciant. Sed de tormentis haec satis: nunc ad propositum redeo.

Traduzione:

Dal momento che abbiamo fatto menzione delle macchine belliche e della polvere da cui viene fatto uscire il proiettile, non sarà fuori luogo dare qualche notizia su queste cose, a tutto vantaggio dei posteri: gli scrittori che si sono occupati dell’arte della guerra, infatti, non hanno mai affrontato la descrizione di tale strumento, cosa che ha indotto a credere che quel genere di armi non fosse in uso nei tempi antichi. Tra le armi, alcune derivano dal bronzo, altre dal ferro, ma le prime sono stimate migliori e più potenti: questa arma è costituita da due tubi di lunghezza quasi uguale, uno dei quali, posto anteriormente, è più largo e più ampio.

Prendono fuoco, poi, ora insieme ora separatamente, e quelli che prima erano separati, divenuti compatti, si innestano sul tubo più largo, cosicché, nel punto in cui si uniscono non viene fuori nemmeno un po’ di aria. Poi, cavato il tronco di una quercia, chiamato ceppo, l’arma vi viene racchiusa perché il proiettile venga lanciato più in alto e più lontano. Questo la forma e l’uso dell’arma.

La violenza con cui impetuosamente scaglia il proiettile scaturisce dalla presenza della polvere, costituita da zolfo, salnitro e silicio e il principio di questo strumento sembra riconnettersi al fulmine, dal momento che, per i fisici, la natura deriva da elementi contrastanti attraverso il calore e l'umidità. Questa polvere, sparsa nel tubo più stretto, è compressa da una leva di ferro appositamente costruita e a lungo pressata. Poi, una pietra rotonda, tagliata nel senso della larghezza del tubo più stretto, viene collocata al suo interno: infine, attraverso un’apertura prodotta nel tubo più stretto, la polvere prende fuoco e, mentre un fuoco impetuoso lotta all’interno cercando una via di uscita, scaglia i proiettili a guisa di fulmine.

Non esiste un tipo di arma altrettanto potente in grado di lanciare i proiettili con più impeto o più lontano: essa rade al suolo mura solidissime e grandi torri scagliando i proiettili a duemila passi di distanza e anche più. Ma tutte supera per gettata solo quella di Alfonso, chiamata ‘generale’: dall’isola di fronte a Marsiglia, infatti, lanciava proiettili nella stessa città.

C’è anche un’altra arma dello stesso genere, detta popolarmente ‘colubrina’ perché è sottile e allungata, assai più devastante della precedente, dal momento che il suo proiettile, una volta scoccato, non è visibile allo sguardo degli uomini: infatti, colpisce prima che chi è ferito possa rendersene conto. I suoi tubi sono contigui ed è inserita in una trave di tre piedi; perciò i soldati la utilizzano nelle battaglie come una balestra a mano. Nessun tipo di armatura può resistere, anche se ad essere trafitto è un cavaliere armato di robusta corazza: genere di arma davvero maledetto! I suoi proiettili sono accesi dal piombo e hanno la grandezza di un’avellana. Ci sono poi armi che in un solo colpo scagliano cinque e più proiettili: ma ora basta con gli strumenti di guerra, ritorno a ciò di cui stavo parlano prima.

Note:

Descrizione degli strumenti bellici durante la guerra angioino-aragonese




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