Dal momento che abbiamo fatto menzione delle macchine belliche e della polvere da cui viene fatto uscire il proiettile, non sarà fuori luogo dare qualche notizia su queste cose, a tutto vantaggio dei posteri: gli scrittori che si sono occupati dell’arte della guerra, infatti, non hanno mai affrontato la descrizione di tale strumento, cosa che ha indotto a credere che quel genere di armi non fosse in uso nei tempi antichi. Tra le armi, alcune derivano dal bronzo, altre dal ferro, ma le prime sono stimate migliori e più potenti: questa arma è costituita da due tubi di lunghezza quasi uguale, uno dei quali, posto anteriormente, è più largo e più ampio.
Prendono fuoco, poi, ora insieme ora separatamente, e quelli che prima erano separati, divenuti compatti, si innestano sul tubo più largo, cosicché, nel punto in cui si uniscono non viene fuori nemmeno un po’ di aria. Poi, cavato il tronco di una quercia, chiamato ceppo, l’arma vi viene racchiusa perché il proiettile venga lanciato più in alto e più lontano. Questo la forma e l’uso dell’arma.
La violenza con cui impetuosamente scaglia il proiettile scaturisce dalla presenza della polvere, costituita da zolfo, salnitro e silicio e il principio di questo strumento sembra riconnettersi al fulmine, dal momento che, per i fisici, la natura deriva da elementi contrastanti attraverso il calore e l'umidità. Questa polvere, sparsa nel tubo più stretto, è compressa da una leva di ferro appositamente costruita e a lungo pressata. Poi, una pietra rotonda, tagliata nel senso della larghezza del tubo più stretto, viene collocata al suo interno: infine, attraverso un’apertura prodotta nel tubo più stretto, la polvere prende fuoco e, mentre un fuoco impetuoso lotta all’interno cercando una via di uscita, scaglia i proiettili a guisa di fulmine.
Non esiste un tipo di arma altrettanto potente in grado di lanciare i proiettili con più impeto o più lontano: essa rade al suolo mura solidissime e grandi torri scagliando i proiettili a duemila passi di distanza e anche più. Ma tutte supera per gettata solo quella di Alfonso, chiamata ‘generale’: dall’isola di fronte a Marsiglia, infatti, lanciava proiettili nella stessa città.
C’è anche un’altra arma dello stesso genere, detta popolarmente ‘colubrina’ perché è sottile e allungata, assai più devastante della precedente, dal momento che il suo proiettile, una volta scoccato, non è visibile allo sguardo degli uomini: infatti, colpisce prima che chi è ferito possa rendersene conto. I suoi tubi sono contigui ed è inserita in una trave di tre piedi; perciò i soldati la utilizzano nelle battaglie come una balestra a mano. Nessun tipo di armatura può resistere, anche se ad essere trafitto è un cavaliere armato di robusta corazza: genere di arma davvero maledetto! I suoi proiettili sono accesi dal piombo e hanno la grandezza di un’avellana. Ci sono poi armi che in un solo colpo scagliano cinque e più proiettili: ma ora basta con gli strumenti di guerra, ritorno a ciò di cui stavo parlano prima.