Ritengo che non siano state oscure le origini di questa città, che fu nota per la grandezza del nome in ogni angolo della terra; perciò accade che per la celebre fama sia reputata degna di essere rappresentata agli occhi dei lettori come la più illustre tra le altre città degne di essere ricordate. Sarà piacevole mischiare poche cose antiche alle moderne. Nei tempi in cui Solone, sapientissimo fra tutti i mortali, vincolò gli Ateniesi con le sue salvifiche leggi perché non vacillassero nella confusione dei piaceri, e Dracone stabilì che gli Spartani obbedissero a rigide regole, perché non cedessero, senza guida, alla dissolutezza, i nobili delle regioni dell’Eubea e della Calcide, per non essere sottoposti ad alcuna legge, radunata una grande flotta, abbandonando i lidi padri si recarono i spontaneo esilio: per cui, invocati, secondo gli usi, gli dei, si affidarono ai venti. Giunti dapprima alla serena isola di Filicudi, subito entrarono in Italia, dove ora sono i lidi dell’amena insenatura di Baia.
Appagati dal favorevole clima del luogo, desideravano prendere sede lì; la stessa sorte, a loro che erano incerti, offrì un salutare auspicio per porre fine alla lunga peregrinazione: infatti, non lontano dall’infrangersi delle onde del mare, rinvennero una donna incinta che si svegliava dal sonno. Colto dunque il prospero presagio di una discendenza futura, in quello stesso posto fondarono una grande città che chiamarono con il nome della donna incontrata, Cuma: infatti, la parola greca Cuma (koimao) significa in latino dormire. Lì fondarono il primo nobile tempio di Apollo, che in seguito l’ingegnoso Dedalo, fuggendo dai regni minoici, rese insigne con pregevoli dipinti. In breve volgere di tempo la città fu accresciuta con l’abbondanza di tante ricchezze: ma nessuna alta costruzione umana è fondata su radici così profonde da poter avere in sorte il compenso di una eterna felicità. Ecco che una mortale epidemia affligge la nuova città: dappertutto colpiva inesorabilmente i corpi dei miseri cittadini; ovunque aleggiava l’immagine della feroce morte; nessun rimedio umano sembrava recare aiuto; la salvezza era nella fuga. Si dirigono verso il sepolcro della ninfa Partenope, la figlia del re siciliano lì sepolta, vanno ad abitare la costa. Perciò accadde che, per la ritrovata clemenza del cielo, molti fecero ritorno a Cuma, ma molti parve più piacevole abitare Partenope. Ma ecco che una novità costrinse a riempiere il luogo di gente. Infatti, dopo dieci anni, la stessa epidemia invase nuovamente Cuma, per la quale, essi, stupiti, vanno a consultare l’oracolo di Apollo, da cui fu pronunciato un vaticinio: «La sede di Partenope si offre a voi salvifica; lì è la vostra dimora perenne». Avuto il vaticinio, si trasferiscono in quel luogo con le loro cose, mescolano i popoli, accrescono la città. Uno si separa dagli altri nobili: era Tiberio Giulio Tarsio, tra loro quello migliore per nobiltà, ricchezze e animo, che si allontanò un po’ dai compagni e fondò la città sulle radici del monte Falerno?, dove oggi si scorge Sant’ Elmo, e la chiamò Napoli, da «neos» che significa «nuovo» e «polis» che significa «città». Perciò avvenne, come suole spesso capitare, che, tolti di mezzo quelli con i quali Tarso guidava precedentemente Cuma amministrando lo stato, si unì ai Partenopei e Napoli crebbe da due popoli, rifulgendo per l’abbondanza di ogni cosa, per uomini e per nobiltà.