Scheda opera
Codice opera: DbG
Autore: Giovanni Albino Lucano
Link autore: https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-albino_(Dizionario-Biografico)/
Edizione: Ioannes Albinus Lucanus, De gestis regum Neapolitanorum: De bello Gallico, Napoli 1589
Periodo di composizione: 1494-1495
Genere letterario: Storiografia
Traduzione a cura di: Giuseppe Germano
Excerpta a cura di: Jessica Ottobre
Scheda testo
Riferimento bibliografico: 6.1-10
Data: 1495
Luogo: Napoli, Castel Nuovo, Ischia
Testo:

Ferdinandus inops, urgente hoste (nam Virginius ex agro Campano diffugerat, Trivultius Calibus cum Gallo composuerat res suas), amissa Capua, Neapolim redivit; in qua Iudaeorum bonis primum direptis, cum de rebellione motus exorirentur per eos praesertim, quos beneficiorum memoria in fide permansuros esse ducebat, in hunc modum, advocatis patriciis, orationem habuit: «Ex omnibus orbis terrarum urbibus haec sola est, cives clarissimi, quae, nullis ante seculis violata fide, immortalitatis nomen et gloriam sibi perpetuo vendicavit; sed, quoniam res praecipiti in loco sita est, nolo hostium impetum feratis, quibus obsistere perdifficile esse duco. Efficite, quaeso obtestorque, si quis13 de me benemeritus est, ut sex tantum dies urbe Gallus abstineat, quod facilius effici posse putamus, dum pro dignitate vestra, cui nunquam defuistis, immunitates et alia id genus exquiruntur: quam rem si condonabitis, in posterum minime poenitebit. Nolite, per Deum, si quis ab avo aut a patre offensus est, culpam in me convertere, sed intuemini ingenium meum et me huic urbi, in qua genitus sum, semper, ut scitis, deditum. Occurrat postremo animis vestris, ut quae a maioribus accepistis, eadem fidei monumenta decusque posteris relinquatis». Haec dicenti, obortis omnibus lachrymis, annuere; at, ubi ab eius oculis abiere, datae fidei immemores statim hostem intra moenia admiserunt. Tum Rex, perspectis Neapolitanorum animis, intra Arcem Novam se continuit, quae septingentorum Helvetiorum praesidio munita, gaza passim direpta, existimans non tam brevi ea hostes potituros; ab omnibus fere destitutus, per aversam portam ad mare ferentem, cum Regina inter lamenta saepissime cadente, Aenariam, solum in tam acerbissimo fortunae vulnere perfugium, petens, non sine hostium etiam lachrymis urbem reliquit. 

Traduzione:

Ferdinando, in quanto privo di mezzi, poiché il nemico incalzava (infatti Virginio si era ritirato in disordine dal territorio campano, il Trivulzio si era accordato a proprio vantaggio con il Francese a Calvi) e Capua era stata persa, ritornò a Napoli; e qui, dopo che furono razziati in primo luogo i beni dei Giudei, poiché nascevano delle sommosse dalla loro ribellione, soprattutto per opera di coloro che egli giudicava che sarebbero rimasti fedeli per il ricordo dei benefici ricevuti, convocò i patrizi e tenne il seguente discorso: «Tra tutte le città del mondo questa è la sola, illustrissimi cittadini, che, non avendo mai prima d’ora violato la parola data, si è attribuita per l’eternità una gloriosa fama di immortalità; ma, poiché la situazione sta precipitando pericolosamente, non voglio che voi sopportiate l’assalto dei nemici, ai quali giudico che sarebbe molto difficile opporre resistenza. Fate in modo, vi prego e vi scongiuro, se qualcuno ha delle benemerenze nei miei confronti, che soltanto per sei giorni il Francese si tenga lontano dalla città, cosa che riteniamo possa esser realizzata abbastanza facilmente, mentre si richiedono immunità ed altre cose del genere in ragione della vostra dignità, alla quale voi non siete mai venuti meno: se concederete questo, non ve ne pentirete affatto in futuro. Se qualcuno è stato offeso da mio nonno o da mio padre, non vogliate, in nome di Dio, far ricadere la colpa su di me, ma considerate la mia indole e il fatto che sono stato sempre devoto, come sapete, a questa città, nella quale sono nato. Si presenti, infine, al vostro cuore la consapevolezza che voi lasciate ai posteri quelle medesime nobili testimonianze di fedeltà che avete ereditato dai vostri antenati». Spuntate a tutti le lacrime, approvarono queste sue parole; ma, allorché si furono allontanati dal suo cospetto, dimentichi della parola data subito concessero l’ingresso del nemico all’interno delle mura. Allora il Re, venuto a conoscere la disposizione d’animo dei Napoletani, si trattenne all’interno del Castelnuovo, che era stato rinforzato dal presidio di settecento Svizzeri, mentre qua e là erano saccheggiate le sue ricchezze, ritenendo che i nemici non sarebbero riusciti ad impossessarsene in così breve tempo; abbandonato quasi da tutti, per la porta opposta che conduceva al mare, insieme con la Regina che assai di frequente veniva meno tra i lamenti, lasciò la città non senza lacrime perfino da parte dei nemici e si diresse verso Ischia, unico rifugio in un così tanto tragico colpo della sventura. 

Note:

Il brano descrive il momento della fuga di Ferdinando II d’Aragona da Napoli durante l’invasione francese del 1495. 

Al centro del testo si colloca il discorso del giovane re ai patrizi, in cui si invocano la memoria storica, la fedeltà civica e la distinzione tra colpa ereditaria e responsabilità personale. I luoghi menzionati — Napoli, Castel Nuovo, Ischia — sono centrali per comprendere la dinamica degli eventi: Napoli è  il cuore del potere in crisi, Castelnuovo costituisce un presidio militare strategico e l'ultimo baluardo aragonese, e Ischia appare come unico punto sicuro rimasto alla dinastia. 






CATEGORIE
SOCIETÀVita militare
SOCIETÀVita politica
ARTE E ARCHITETTURAArchitettura militareCastelli
SOCIETÀVita militareScorrerie e saccheggi