Scheda opera
Codice opera: DbN
Autore: Giovanni Pontano
Link autore: https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-pontano_(Dizionario-Biografico)/?search=PONTANO%2C%20Giovanni%2F
Edizione: Giovanni Gioviano Pontano, De bello Neapolitano, a cura di G. Germano, A. Iacono, F. Senatore, Firenze, SISMEL - Edizioni del Galluzzo, 2019 (Edizione Nazionale dei testi della storiografia umanistica, 13)
Periodo di composizione: 1494/95 - 1503
Genere letterario: Storiografia
Traduzione a cura di: Giuseppe Germano, Antonietta Iacono
Excerpta a cura di: Jessica Ottobre
Scheda testo
Riferimento bibliografico: IV, 5.1-4, pp. 358-359
Data: 1462
Luogo: Minervino, Canosa, Barletta, fiume Ofanto, chiesa di San Sabino
Testo:

Arce capta, Minervino movens Tarentinus Canusium proficiscitur, arcis praecipue potiundae cupidus. Intelligebat enim Canusio capto Barolum et quicquid trans Aufidum esset amnem brevi suam sub ditionem iturum. In hac obsidione illud avare nimis impotenterque admissum est, quod dum thesauris inhiatur absconditis, ne a sepulcro quidem maximi principis, Boamundi, temperatum est, quod aliquot etiam seculis, atrocissimorum quoque bellorum turbinibus, intactum inviolatumque extra urbem in Sabini templo magna quadam religione permanserat. Quod facinus palam docuit maxime foedum ac detestabile animorum malum avaritiam esse, sacra profanaque in aequo eam ponere, rapiendi licentiam summum ius ducere, nullum deum metum, nullum honesti respectum habere, id demum decere fasque esse existimare parto quavis ratione plurimum abundare. Sunt qui Tarentini hoc iussu, alii Picinini factum criminentur: illud satis constat Tarentini iussu evulsas fuisse templi fores, ex aere conflatas, quas post ipse templum ingressus religione ductus restitui iusserit.1

Traduzione:

Presa la rocca, allontanandosi da Minervino il principe di Taranto si mette in marcia alla volta di Canosa, bramoso di impadronirsi soprattutto della sua rocca. Si rendeva infatti conto del fatto che, una volta presa Canosa, Barletta e tutte le terre che si estendevano al di là dell’Ofanto sarebbero in breve tempo venute sotto la sua signoria. In quest’assedio si commise un eccesso di avidità e di prepotenza: andando bramosamente alla ricerca di tesori nascosti, non si ebbe rispetto neppure per il sepolcro di un grandissimo principe, Boemondo, che in nome di una sorta di grande venerazione era rimasto anche per alcuni secoli, nei vortici di guerre anche atrocissime, intatto e inviolato fuori città nella chiesa di San Sabino. Questo misfatto mostrò chiaramente che l’avidità è la più turpe e detestabile malattia dell’anima, che essa mette sullo stesso piano sacro e profano, che considera suo diritto supremo la licenza di commettere rapine, che non ha nessun timore di Dio, nessun rispetto dell’onestà, che infine ritiene esser cosa conveniente e consona alla legge divina possedere in abbondanza ciò che si sia acquisito in qualsiasi modo.2 Di tale saccheggio c’è chi incolpa un ordine dato dal principe di Taranto, altri un ordine dato dal Piccinino: fuori discussione è che per ordine del principe di Taranto furono scardinate le porte della chiesa, fuse nel bronzo, porte che poi, una volta entrato nella chiesa, colto da scrupolo, avrebbe egli stesso fatto rimettere al loro posto.3

Note:

1 Assedio angioino di Canosa (1462): i nemici saccheggiano il sepolcro di Boemondo d'Altavilla.

2 Pontano è l’unica fonte del saccheggio ai danni del sepolcro di Boemondo d’Altavilla (1111), adiacente alla cattedrale di Canosa, dedicata a san Sabino. La testimonianza di Pontano conferma che la cattedrale si trovava allora fuori delle mura: cfr. DbN, n. 23, p. 359.

3 Sulla porta bronzea bivalve citata da Pontano, oggi in sito, e sul tamburo del mausoleo (1118-1120 ca.) sono tuttora presenti iscrizioni: cfr. F. Delle Donne, Le iscrizioni del mausoleo di Boemondo d'Altavilla a Canosa, in "Arnos. Archivio Normanno-Svevo", III (2011-2012), pp. 7-18.










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